DesignUno Stile per l’Industria

Uno Stile per l’Industria

Agli albori dell’industrializzazione e della grande produzione – parliamo del periodo intorno a metà 1900 –  era necessario trovare un punto di riferimento per l’aspetto estetico da conferire ai prodotti: dar loro forma significava plasmare il gusto e i costumi di una nuova società.

Bollitore, Starck, 1993

L’industria ha il potere di creare cultura realizzando l’unione dell’arte e della tecnica: in questo connubio, la tecnica diventa l’elemento materiale, grezzo, da piegare alle imposizioni dell’arte sotto la singola regola, fondamentale, del criterio della bellezza. 

L’elemento fondamentale che sta alla base delle produzioni industriali e che riesce a proiettare emotività e carattere ai prodotti è lo stile, la cui accezione va definendosi nei primi decenni del XX secolo. Con “stile” si inizia ad intendere la sostituzione dell’accentazione individuale tipica delle opere d’arte, in quanto espressione di un artista, con una generalità più ampia e maggiormente condivisibile. In questo senso, lo stile è concepito come elemento costitutivo dell’arte in genere, e delle arti applicate in particolare.

Nel mettere insieme due componenti così diverse fra loro, la necessità di un mediatore diventa impellente: il design si pone fra la bellezza accademica dell’arte e la rigidità meccanica della tecnica, con l’intento di far acquisire alla tecnica avanzata una qualità artistica in virtù di un’”intima unione”.

Moto scooter, Starck, 1993

La fusione di questi due elementi presupponeva una valutazione estetica in relazione all’utilità. Il filosofo Georg Simmel analizzò questo rapporto ed il relativo prodotto e giunse alla conclusione che se le cose sono solamente utili, assumono tutte lo stesso valore, diventando interscambiabili, poiché una vale l’altra. Nel momento in cui un oggetto viene considerato bello, invece, assume specificità individuale, ispirando un legame emotivo. Utilità e bellezza, prese singolarmente, assumono valori diversi, a sé stanti, totalmente opposti: standardizzazione contro unicità, indifferenza contro sentimento. Apparentemente inconciliabili: ma cosa succede quando la diffusione dei consumi impone una produzione seriale delle cose? Quanto più è oggettivo e impersonale un prodotto, tante più sono le persone a cui si adatterà: in tal caso è necessario trovare il giusto compromesso per arrivare ad un prodotto finale che sia abbastanza bello da evitare di suscitare la più totale indifferenza, ma non dotato di un carattere tale da incontrare il gusto di alcuni a scapito di altri.  In un contesto come quello della grande produzione, affinché il consumo del singolo trovi un materiale così ampio, questo deve essere accessibile a moltissimi e risultare attraente per tutti.

Per quanto questa metamorfosi possa apparire ad alcuni come una tendenza all’impoverimento concettuale e culturale, il contesto produttivo impone la necessità di adottare un nuovo sistema di concepire prodotti artistici e di consumo; più che di impoverimento di tratta di semplificazione, o di quella che nel contesto scientifico si definisce “digradazione” per permettere a concetti di alto spessore intellettuale di raggiungere, gradualmente attraverso la semplificazione, tutti gli strati della popolazione. Mentre nel ‘700, ad esempio, era possibile interpretare le esigenze pratiche ed estetiche del committente, con l’arrivo dell’industrializzazione il committente e il rapporto con esso cambiano: al posto di una singola persona troviamo un’intera società, a cui si propone un unico modello riproducibile in serie infinite volte. 

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